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giovedì 10 novembre 2011

L'importante è pensare a tutto PRIMA!

Non sono ancora partito.
In questo momento aspetto un autobus che non so quando arriverà, se arriverà, per portarmi in centro a madrid, dove, se arrivo sano e salvo in tempo, dovrò prendere un bus che mi permetterà di prendere l’ultimo bus che porta all’aereoporto. Avete capito? Io sono ancora alla prima fermata. Ma dovete aver chiaro dove sono, e soprattutto che sono qui da un’ora. E adesso sono le 4:08  del mattino.
Partiamo con ordine, dal pre-serata.
Compleanno di Danilo. Centro di madrid, alle 21:00. Per raggiungere il centro devo prendere il metro, e dopo un’oretta circa ci sono. Non ci sono problemi. Armato di valigia e cattive intenzioni, arrivo alla festa dove incontro tanti amici e conoscenti. A mezzanotte e mezzo bisogna andare perché per entrare in discoteca gratis si deve arrivare prima dell’una e mezza. Io declino l’invito, approfitto del metro aperto per prendere un treno che mi porti a prendere il bus che mi porta alla residenza in cui abito. Prendo il bus dell’una e mezza, alle 2 sono nel mio letto. Ho risistemato la valigia lasciando un jeans e una felpa, così riesco a farci entrare il pc, cercando inutilmente di non svegliare il mio compagno di stanza, poi mi sono vestito e mi sono messo a letto. Sveglia puntata alle 4 meno un quarto. 
Non riuscivo a dormire. 
Troppe cose da fare, troppi orari devono coincidere per arrivare in orario, mi alzo alle 3, cambio giubotto (non fa poi così tanto freddo) e riprendo la mia valigia, per cercare una fermata sconosciuta, mai presa, che sarebbe quella della linea notturna che porta a Madrid. (l'ho sempre fatta al contrario)
Dopo dieci minuti di ricerca, vedo una luce che potrebbe sembrare quella che indica una fermata, mi muovo verso quella direzione e sento un cane abbaiare in un modo spaventosissimo. Da paura, davvero (ok, io mi spavento facilmente, ma era davvero inquietante).
Comunque sarà stato legato, perché non ho visto niente, solo latriati alla luna, o a me.
Raggiungo la fermata e la luce che avevo visto da lontano è un terribile squalo che sta per mangiare una nuotatrice: è la pubblicità di un film al cinema, ma in questo contesto mi sembra più un cattivo presagio!

Dovete immaginarvi la scena: deserto, qualche albero solitario si alza verso il cielo. La strada principale passa sotto una collinetta. Io sto su quella collinetta, il bus dovrebbe fare una leggera deviazione per raggiungere le fermate (poste ai due versanti della collina) per poi riprendere il cammino nella strada principale. Buio, silenzio. Nebbia fitta e lampioni che emanano una luce gialla. Scura, quasi arancione, di quelle calde e buone per l’interno di una stanza, ma troppo scure per un ambiente esterno, quasi inutili, soprattutto con la nebbia.
Tre della notte. Adesso 4 e venti. Ma cosa stai a fare ancora lì, ti starai chiedendo. Non capisci che non passerà mai niente? No amico, ti sbagli. Passerà un autobus, l’unica domanda è "quando?" Seguita subito da un'altra che la rende meno unica: “Si fermerà a raccogliere questo corpicino inerte che vuole partire, evitando di chiamare un taxi?”
Passerà perché l’ho già visto, mentre ero sull'altro versante. 
Perché? Ti spiego.
Mentre aspettavo questo faitidico autobus, che teoricamente dovrebbe partire dal capolinea alle 3 e 20, poi alle 4 e 20, vedo tutt’un tratto un autobus vuoto che passa per la strada principale, senza salire il versante per assicurarsi che non ci sia nessuno alla fermata; mi immagino il pensiero dell’autista: “Sono le 3 e mezzo, chi vuoi che ci sia a quest’ora che vuole andare al centro di Madrid.” Vaffanculo, autista.
Vedo che tira dritto, il pirla, quindi mi innervosisco leggermente e decido di andare a prendere il bus che si allontana da Madrid per scendere a una o due fermate più in là, sperando che siano poste logisticamente meglio dell’attuale. Mentre aspetto quel bus però, vedo che un altro bus arriva, dalla parte opposta, quella che porta a Madrid, e passa davanti alla fermata dove pochi minuti prima stavo agonizzando per un passaggio verso la città, e riprende la sua corsa.
Sfiga, dirai. Sì, ti rispondo. Sono sfigato. Troppo sfigato.
Mi rendo conto che prima o poi passerà un altro bus da quella fermata. Decido di tornare dall’altra sponda, quella che porta a Madrid.  E aspetto. Ora sono le 4 e venticinque. Arriverà. Prima o poi arriverà. E riuscirò ad arrivare a piazza de Castilla per prendere Bus che mi porti a Cibeles per prendere bus che mi porti all’aeroporto.
Aspetto fino alle 5, poi chiamo un taxi.
Fine prima parte. Devo ancora cominciare il mio viaggio.
Un saluto a tutti quelli che in questi giorni hanno ripetuto che programmo troppe cose e che mi faccio troppe paranoie. Sono uno sfigato distratto e addormentato.

lunedì 24 ottobre 2011

Granada

Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive di un lago con case tutte verande una sopra l'altra e vie alte che affacciano sull'acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene cosa nell'una Valdrada che l'altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell'acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s'elevano sopra il lago ma anche l'interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell'atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all'oblio. Anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l'uno dall'altro più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più sangue grumoso trabocca più affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l'accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio.
Lo specchio ora accresce il valore alle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l'una per l'altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano. (Calvino - Le città invisibili)




sabato 1 ottobre 2011

Sopra tutto quello che alle due di notte può venirti in mente.

Avevo scritto. Poi non mi piaceva. Aveva un sapore tiepido. Quella temperatura che non serve a niente. Come fai a bere un tè tiepido? O è freddo o è caldo. Cos'è, tiepido?
La verità è che per ora è tutto un po' tiepido. 
Avrei bisogno di una birra ghiacciata sul bancone di un bar. O di un tè caldo su un tavolino per due. Qualcosa che non sia tiepido, ecco.

Madrid è la città che non dorme mai. Dopo un mese scopri che però tu, almeno un po', devi dormire.


Oggi ho letto che Benjamin non arrivò a scrivere neanche un libro. Lui prendeva appunti, aveva idee geniali, ma poi niente, non gli riusciva di mettere in piedi uno schema ordinato. 
Ecco io non voglio non avere uno schema. Però ho un debole per "tutteledirezioni". E' più forte di me. E mi sembra sempre che si possa avere un po' di più prima di convincersi che è ora di sistemare le cose in modo stabile. Di costruire un'impalcatura. Mi sembra sempre che non sappia abbastanza, che ci sia ancora tanto da vedere. Che c'è quell'angolo che non ho fotografato e magari se torno al tramonto e incontro una ragazza con l lentiggini...


Ho letto anche che i fiumi fanno un percorso 3,14 volte la loro lunghezza per arrivare a valle. 3,14 senza errori. Non so se sia vero. Stanotte mi piace pensare di sì. E che io sia un fiume. E che abbia davanti "tutteledirezioni".


Ho letto, infine, che Benjamin, tra i suoi appunti, scrisse anche qualcosa su Topolino. Tra tutti gli argomenti ALTI di cui aveva parlato, per un attimo, scrisse di Mickey Mouse: avrebbe potuto benissimo risparmiarsi una riflessione su Topolino, eppure la fece. Proprio come me, questa notte in cui mi ero ripromesso di andare a letto presto. Avrei potuto...ma perché no?


"Quando girando per un paese sconosciuto trovate il cartello che indica 
<<Tutte le direzioni>>, 
vi sembra di non meritarvelo o siete presi da leggera euforia?"


Ho bisogno di un tè caldo. "Quieres ir a tomar algo, mañana por la tarde?"



giovedì 22 settembre 2011

Don Chisciotte non era pazzo. Voi tutti lo siete.

Cavaliere: “Vedi anche tu, fido scudiero, quel che ved’io?”
Scudiero: “Io vedo solo quello. Se m’intendi.”
Cavaliere: “T’intendo. Chissà cosa starà cercando, puntandoci addosso quello strano arnese.”
Scudiero: “Non lo so, ma non mi piace per niente. E poi si vede che non è uno di cui ci si possa fidare.”
Cavaliere: “Sempre il solito esagerato. Se tutti fossimo più gentili e disponibili, in questo mondo, ci sarebbe più sole.”
Scudiero: “Quello comunque qui non manca, caro padrone.”
Cavaliere: “Sì, ma arriverà il freddo, tra poco, e chissà se quello sarà ancora lì.”
Scudiero: “Non credo, sembra uno di passaggio.”
Cavaliere: “Sì, si vede che non è del posto. Ma l’essere di passaggio non vuol dire niente. C’è gente che ha passato una vita ad aspettare. A passeggiare. A passare. A errare, proprio come noi. A proposito, non ti sembra strano che un cavaliere errante e il suo scudiero siano costretti a stare fermi immobili per sempre, in questo parco?”
Scudiero: “Proprio questo pensavo. Noi quand’è che passiamo? Non c’è nessuna principessa da salvare, nessun gigante da battere?”
Cavaliere: “Non so. Dovremmo chiedere al cavaliere e allo scudiero che ci stanno di fronte.”

Scudiero: “Quei due non mi sono mai stati simpatici. Non stanno mai fermi. Basta un po’ di vento e subito cominciano a muoversi. Restano lì, per fortuna, ma non son capaci a star’immobili.”
Cavaliere: “Sono meglio di noi, che non possiamo neanche esitare un pochino. Hanno una forma di movimento, in divenire.”
Scudiero: “Bah, e comunque quello lì io lo vedo diverso, da quando è venuto la prima volta”
Cavaliere: “E cosa vedi?”
Scudiero: “Non so, ha più consapevolezza. Ma perde di avventurosità.”
Cavaliere: “Avventurosità?”
Scudiero: “Sì. Come sa anche vossignoria, quando prima di partire ci si crede che ad ogni angolo ci sia un drago o un bandito, che mille avventure stiano lì ad aspettare, mezze addormentate, in attesa di un coraggioso cavaliere. E poi invece quando si comincia ad errare ci si rende conto che l’avventura sta nelle piccole cose. Nella ricerca di un fiume per abbeverarsi. Nella raccolta di un frutto o nell’incontro in un’osteria che sembra un castello.”
Cavaliere: “Era un castello, ti dico. Però t’intendo. Con la fantasia si può credere di esser pronti a tutto. Poi magari non succede niente.”
Scudiero: “Bah. A vederlo sembra felice, però. E’ spaventato, ma felice.”
Cavaliere: “Gli manca uno scudiero. E un cavallo. Poi ha tutto l’aspetto di un cavaliere errante. Armato magari di quell’arnese che ci guarda ancora.”
Scudiero: “Magari lo scudiero lo trova Andando. Magari quando tornerà. Avrà sicuramente qualcuno che l’aspetta.”
Cavaliere: “Son le principesse che aspettano. Non gli scudieri.”
Scudiero: “Si ma quelli che accompagnano siamo noi scudieri. Voi avete passato più tempo con me che con la vostra amata Dulcinea.”
Cavaliere: “Solo perché io non ero con lei. E lei non era con me. Se avessimo potuto…”
Scudiero: “Voi sottovalutate l’importanza di uno scudiero. Me ne ricorderò quando avrete voglia di scendere dal cavallo.”
Cavaliere: “Sono secoli che vorrei scendere, a dire il vero. Ma siamo intrappolati qui.”
Scudiero: “Pensate a quante avventure avremmo potuto compiere, in giro per il mondo, in tutti questi anni.”
Cavaliere: “Magari le compirà lui. O magari raggiungerà la principessa. O troverà uno scudiero. O un’altra principessa. O magari le racconterà, tutte queste avventure. Prima di raccontarle, però, dovrebbe viverne.”
Scudiero: “Non ti dimenticare di viverle, le tue avventure. Che a raccontarle c’è sempre tempo.”

Scusate il ritardo.Sono tornato. Anzi, sono appena partito.



martedì 19 luglio 2011

Scrivere è innamorarsi di qualsiasi cosa porti in sé una speranza.

E’ la linea tra braccio e avambraccio più bella che abbia mai visto.
Disegna un’armoniosa curva, piena e delicata.
Tiene il libro con una mano, al centro e dall’alto, con un po’ di pressione tra le due pagine: legge poco.
Una pagina, forse neanche. Poi si distrae. Parla coi vicini, scambia occhiate, torna a leggere qualcosa. 
Chiude gli occhi, solo per qualche minuto. Ha la testa abbandonata verso sinistra, che sfiora appena il poggiatesta rigonfio.

Capelli rossi; di un rosso che non è soltanto rosso: è un insieme di colori, di tracce che il cervello traduce “ROSSO” solo perché non riesce a cogliere le sfumature giuste,non comprende le dimensioni che arriva a contenere. 
Rosso che rosso non è. Ramato. Giallo. Castano chiaro. Colore d’autunno, di foglie che cadono, di tristezza; di un regalo non gradito.
Ha un anello all’anulare destro. E’ grande. Troppo voluminoso per una donna come lei. 
Sì, perché lei ha l’aspetto di una che d’estate indossa un vestitino che arriva appena sopra il ginocchio, quello leggero leggero che fa benedire la delicata brezza dell’imbrunire.
E’ di quelle che mettono il top senza reggiseno. 
Di quelle che alla prima occasione fanno quella strana magia che permette a una matita di mantenere i capelli all’in su, lasciando le spalle scoperte (altre morbide curve, altre linee armoniose).

Piedi scalzi, uno tirato sul sedile: cinge la gamba destra con il braccio che non tiene il libro.  L’altro è allungato in avanti, alla massima estensione che una gamba può raggiungere senza sforzo. Non ha lo smalto alle unghie, quasi volesse dirmi con questo che ho ragione nel giudicarla una che non può tingere quelle unghie che poco dopo morderà ossessivamente. Orologio al polso: è un oggetto indossato per la sua funzione (chi usa, ormai, l’orologio per avere un oggetto che misuri il tempo?), niente comunicazione di personalità o narcisismo tecnologico: l’avrà trovato mentre preparava la valigia, avrà pensato che tirar fuori continuamente il cellulare per controllare l’ora sarebbe stato più scomodo di indossare quell’orribile, digitale, ingombrante misuratore di tempo, e avrà deciso di prenderlo. Ma non le appartiene, non racconta nulla di lei. Non è davvero suo.
Sto pensando che potrebbe essere il regalo di un fidanzato distratto. O magari di un ex che non ha dimenticato. Dimenticalo, cara. Ascoltami, non ne vale la pena. Chi mai potrebbe regalare una cosa del genere senza avere alcuna intenzione di chiudere con te? E chi mai desidererebbe chiudere una storia con una con i tuoi capelli e quelle lentiggini appena accennate? Mollalo, e se vi siete già mollati, sta’ tranquilla. Non era quello giusto!

Sto cercando da un po’ di indovinare la tua età. Ne hai trenta? Di più? Mi spingo fino a 35, non uno di più. Ho appena assistito a un passaggio, nel tuo volto, che ti racconta in modo straordinario: o almeno racconta quella che sei dentro la mia testa, e dentro i tasti che formano queste frasi: Sorridevi ai tuoi vicini: quando sorridi c’è come una luce, attorno al volto. Niente di trascendente o miracoloso, ma sei una che sorride col volto, e non solo con la bocca. Mostri i denti senza vergogna (sono bianchissimi, e ne vai fiera) e poi c’è quella fossetta che si crea, ai due lati. Simmetrica, appena accennata: penso che il trucco stia tutto lì! Non  ho più detto cosa hai fatto per scoprirti in quel modo ai miei occhi: sorridevi, dicevo, però la conversazione era finita, volevi tornare al tuo libro, al tuo racconto di Cammilleri (o Carofiglio ?(maledetta miopia!)) che quasi sicuramente non ho letto (ne ho letti così pochi di entrambi), e ti sei decisa a farlo un secondo prima del necessario, quando avevi ancora tracce del tuo radioso sorriso sul volto: ti sei trovata impreparata e imbarazzata. Tornare alla vita normale dopo una sorriso così, di colpo, all’improvviso:  sei passata ad un’espressione divertita, bocca chiusa leggermente sorridente, poi, pian piano, sei diventata più seria, fin troppo: hai piegato in giù le labbra, corrucciato la fronte, quasi a voler raccontare col volto che eri interessata alla storia, come se avessi letto qualcosa di estremamente interessante che aveva catturato la tua attenzione, quando invece stavi semplicemente pensando a come sia dura cambiare tutto completamente, passare da uno stato all’altro senza alcun filtro, senza preparazione. Oppure stavi solamente pensando che non dovevi avere una bella espressione in quel momento. Non ti piacevi, e basta.

Cazzo mi hai scoperto. Non sono stato bravo a nascondere il fatto che ti stessi studiando. Hai alzato lo sguardo all’improvviso, in tensione, a dirmi con gli occhi che mi avevi visto, che non sono più nascosto dietro il mio monitor, che non c’è più scampo. Non sarai più un libro da sfogliare ma uno specchio. Guardo te e mi ci vedo dentro. Fai attenzione, ti sei chiusa. Ne è valsa la pena però.
Mi dispiace solo di essere stato così stupido da tenere le cuffie alle orecchie per tutto questo tempo: hai parlato, per un po’, e io non ho sentito la tua voce. Avrai una voce che ti racconta mentre parli? O la terrai nascosta dietro una neutra e perfetta dizione? E quando sorridi, la voce cambia, o dimentichi di parlare perché tanto la gente non ti sta più a sentire?

Il mare della Calabria spunta dal mio finestrino. Mi sembra troppo poco blu, quel mare. E’ semplicemente blu. Il tuo rosso invece è qualcosa di più. E’ il mare, al tramonto, una sera d’estate. E un vestitino a fiori, 
tentato da un vento leggero.



sabato 9 luglio 2011

Sunk Cost

In economia lo chiamano Sunk Cost. Costo affondato.

Per capirlo devi assumere una posizione temporale intermedia, tra l’inizio e la fine di un progetto:
qualsiasi momento della tua vita: 
hai sempre fatto qualcosa prima, farai per forza qualcosa dopo (anche se sei la particella di Dio, o se stai pensando di buttarti da un palazzo di 18 piani. Anzi, anche se stai già cadendo di sotto.) e, per un attimo, devi riflettere riguardo l’alternativa di continuare o di lasciar perdere.
Cosa? 
Non lo so, cosa. 
Qualsiasi cosa.
Tutto può essere ricondotto al nostro esempio. Se ci pensi, non fai altro che scegliere, porti delle alternative, continuamente, a volte senza neanche rifletterci. 
Per assurdo potresti anche decidere di non respirare più.

O potresti decidere di non decidere niente, cadendo in un paradosso senza fine che ti farebbe non decidere di decidere di non decidere (non sono ubriaco, è che mi diverto con le parole!).

I Sunk Costs, dicevo, non sono nient’altro che dei costi che non meritano di essere tenuti in considerazione, per il semplice fatto che sono – appunto – affondati, e quindi non possono influenzare la decisione futura. Non possono portarti a decidere di non fare qualcosa perché non l’hai mai fatta. 
E neanche a continuare qualcosa che non vuoi fare solo perché c’hai investito anni della tua vita.
Sono una gran cosa, i Sunk Costs: ti lasciano sempre la possibilità di abbandonare tutti gli errori fatti in passato. Ormai ininfluenti. E ti danno la forza di ripartire. Senza altro pensiero che il futuro. Senza niente alle spalle, niente di importante, almeno.

“Sarebbe da stupidi, non credi, passare una vita intera a desiderare qualcosa senza mai agire?”

Prendete in mano la vostra vita. Dimenticate il passato. Siete quello che siete ora
E potete diventare chiunque vogliate.

martedì 5 luglio 2011

Non-luogo lontano. Quasi un puntino.

Lo so come funziona: lei ti sembra la donna più bella che tu abbia mai visto sulla faccia della terra. E lo è.
E' perfetta in ogni cosa. Quando parla e quando sta a sentire. E poi quei capelli!
Forse è meglio non avvicinarti però. Passerà. Anzi no. Non passerà solo se rinuncerai a inseguirla. Lasciala lì. Perfetta.
Ti racconterai delle storie fantastiche sulla vostra invisibile storia. E andrà tutto bene. E lei non diventerà mai troppo presente da essere un errore. Il sogno è l'infinita ombra del vero.

Oppure attacca. Corri, brucia e grida. Ma non lamentarti, quando comincerai a spegnerti lentamente.
Lei è bellissima. Solo perché è lontana (?).